Psicoterapia e Sciamanesimo

CRONISTORIA DELLA PSICOTERAPIA

Gli eventi che hanno segnato la storia della psicoterapia

La psicoterapia ha origini antichissime. Tracce di essa sono riscontrabili nelle pratiche mediche condotte da stregoni, sciamani (vedi allegato), sacerdoti, uomini della medicina, ecc. Tutte figure, queste, costruite socialmente per dare risposta alle innumerevoli richieste di aiuto psicologico, e di cui gli attuali psicoterapeuti, in fondo, ne sono gli eredi.

Nonostante la psicoterapia abbia origini antichissime, la sua nascita viene fatta risalire tradizionalmente soltanto agli inizi del Novecento, con la psicoanalisi di Sigmund Freud. E in effetti nessuno prima di Freud aveva cercato di sistematizzare, comprendere, ridurre a tecnica ed inserire entro uno schema teorico valido, tutti quegli eventi del rapporto interpersonale col quale si tende intenzionalmente a migliorare o risolvere problemi di natura psicologica.

1872

- Hack Tuke introduce il termine “psicoterapeutica” per indicare “la guarigione del corpo mediante le funzioni psichiche del paziente”.

1889

- Frederik Van Eeden, medico e scrittore olandese, utilizza per la prima volta il termine “psicoterapia” per indicare “la guarigione del corpo mediante la mente, coadiuvata dall’impulso di una mente sull’altra”.

1952

- Hans Jürgen Eysenck pubblica un articolo dal titolo Gli effetti della psicoterapia: una valutazione* (The effects of psychotherapy: an evaluation) in cui rileva la mancanza di prove riguardo all’efficacia della psicoterapia, dando notevole impulso alla ricerca.

- Papa Pio XII pronuncia parole di condanna per la teoria psicoanalitica, e sul Bollettino del Clero romano ogni pratica della psicoanalisi viene considerata “peccato mortale”.

1968

- Negli Stati Uniti viene fondata la SPR: Società per la Ricerca in Psicoterapia* (Society for Psychotherapy Research) dedita allo sviluppo della ricerca scientifica nel campo della Psicoterapia.

1975

- L. Luborsky, B. Singer, L. Luborsky pubblicano Studi comparativi delle psicoterapie: è vero che tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere un premio?* (Comparative studies of psychotherapies: is it true that Everyone has won and all must have prizes?), in cui si sostiene che nessun metodo terapeutico può essere considerato superiore rispetto agli altri, determinando il noto paradosso dell’equivalenza, conosciuto anche come “Il verdetto di Dodo” (da Alice nel Paese delle meraviglie), secondo cui “Tutti hanno vinto ed ognuno deve ricevere un premio”.

1980

M.L.Smith, G.V.Glass e T.I.Miller pubblicano I benefici della psicoterapia* (The benefits of psychotherapy), in cui grazie all’uso di una nuova metodologia statistica  chiamata “meta-analisi” viene affermata in maniera incontrovertibile l’efficacia della psicoterapia. In particolare, viene dimostrato che i soggetti che intraprendono una psicoterapia hanno dei miglioramenti di circa l’85% in più rispetto a coloro che non hanno fatto alcuna psicoterapia.

La funzione sciamanica

«Uno studio accurato dello sciamanismo ci potrebbe condurre molto vicino a quello che fu l’inizio della scienza medica, in un periodo in cui la pratica della medicina era essenzialmente psicologica. Lo sciamanismo agisce in corrispondenza di quel sottile ed impalpabile confine in cui la psiche ed il corpo si influenzano reciprocamente». È quanto afferma A. Lommel (1980), al quale mi riferirò nel trattare questo argomento. Ma, aggiungerei, quello che stupisce sono le notevoli sconcertanti analogie tra questa pratica e quanto può accadere attualmente, in una cultura completamente diversa, all’interno di una relazione terapeutica psicodinamica. La filosofia dello sciamanismo trae le sue origini dalle condizioni di vita nel paleolitico, quando l’uomo si trovava a combattere, e spesso a soccombere, nella lotta contro i proibitivi!attori climatici, e nella caccia ad animali di grossa taglia e feroci. Sembra che la caccia, con l’uccisione degli animali che d’altro canto rappresentavano la fonte essenziale del sostentamento e quindi della sopravvivenza dell’uomo, abbia creato a quest’ultimo il primo conflitto. L’uomo doveva uccidere quello stesso oggetto da cui dipendeva; è possibile che si sia angosciato di fronte alla previsione che gli animali uccisi sarebbero ben presto completamente spariti. Da questa dinamica si sviluppa una concezione del mondo che considera che ogni essere vivente sia costituito da una parte fisica e da una parte spirituale. Quello che veniva ucciso era la parte fisica, mentre lo spirito dell’animale continuava a vivere nell’aldilà: «Il cacciatore primitivo inventa l’animale immortale e la vita eterna per poter dire che in realtà non si uccidono gli animali, ma soltanto i loro corpi, e che qualora le ossa vengano trattate in modo giusto 1, gli animali possono sempre rinascere… Ed è da questa concezione che trae origine l’arte; la figura di un animale dipinto contiene la sua sostanza spirituale: attraverso l’immagine, una specie animale può essere a piacere riportata o mantenuta in vita»

1 Trattate nel modo giusto vuol dire non spezzate: in questo modo l’animale lasciato intatto nel suo scheletro poteva ritornare dall’aldilà. Questo rito si ritrova presso le tribù della Mesopotamia nel sacrificio dell’agnello che avviene nel plenilunio di primavera e sempre con il tabù di non spezzare le ossa. Questo rito passerà direttamente nella Pasqua biblica come è riferito nel cap. 12 dell’Esodo. «Il 14 del mese di Nisan, ciascuno si prepari un agnello e, senza spezzarne le ossa, lo immoli al tramonto. Preso un po’ del suo sangue lo si spalmi sugli stipiti e sull’architrave delle case. Poi, con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano, se ne mangi la carne arrostita al fuoco, con azzimi ed erbe amare. È la Pasqua del Signore». Questo rito passerà poi nella Pasqua cristiana. È molto singolare che il sacrificio dell’animale «senza spezzarne le ossa» è come un filo rosso, che pur nelle notevoli variazioni segnala la connessione con la concezione della rinascita e della immortalità. (A. Lommel, 1980).

Ed è sulla base di questa concezione animistica del mondo che si esplicita l’attività «terapeutica» dello sciamano. Ma lo sciamano per arrivare ad essere tale deve aver attraversato e superato una lunga penosa malattia che è stata spesso diagnosticata dagli antropologi come grave disturbo psicopatologico di tipo psicotico (depressione endogena o forse stati crepuscolari epilettici). Questa lunga malattia, che comporta vissuti drammatici come essere sbranato e poi ricomposto dagli spiriti, configura un lungo apprendistato, che in una sorta di morte-rinascita lo porterà ad una maturazione. L’essere stato a contatto con gli «spiriti» gli permetterà di acquisire un potere enorme che in termini più moderni, potremmo definire  di conoscenza e controllo delle dimensioni emotive più profonde.

Emerge già qui una prima analogia: come lo sciamano , anche lo psicoterapeuta deve attraversare una lunga fase di apprendistato, e sulla sua pelle, per giungere ad una maturazione emotiva che gli permetterà di accedere al mondo sconosciuto dell’inconscio (l’aldilà dello sciamano). Superato questo apprendistato, lo sciamano è pronto a guarire. Ma in che modo? Attraverso elaborati e creativi cerimoniali che fanno dire a A. Lommel: «Eppure dovrebbe essere abbastanza chiaro che soltanto una intensa attività artistica può permettere allo sciamano di vincere la ma lattia. Quella dello sciamano è dunque una attività artistica che consiste nel mimare, cantare, danzare, dipingere, costruire maschere che rappresentano gli “spiriti amici” ed indossarle, il che equivale a trasformarsi in essi».

Emergono due altre analogie.

L’attività terapeutica è fondamentalmente una attività artistica, cioè creativa: è una continua

invenzione -creazione -elaborazione, e non già la ripetizione di una tecnica o di un rito. Inoltre lo sciamano fabbrica maschere di «spiriti» e le indossa: anche qui sembra evidente l’analogia con la capacità che deve avere il terapeuta di immedesimarsi o di saper vivere i «fantasmi» o le fantasie del paziente. In questo senso sembra evidente la correlazione con quelle due attività fondamentali, secondo H. Kohut, per la psicoterapia: l’introspezione e l’empatia. Lo sciamano inoltre trasmette ai compagni della tribù il potere acquisito attraverso l’induzione di uno stato di estasi, ovverosia di estrema comprensione e fiducia che possono condurre a stati di trance. Questo dato è confermato da un occidentale che ha vissuto direttamente una esperienza del genere. Racconta M. Konner² che molti fattori quali l’iperventilazione respiratoria, l’ipoglicemia, la ripetitività dei ritmi, possono indurre queste sensazioni di benessere fino ad arrivare a stati di alienazione di coscienza. «Ma assai più di uno qualsiasi di questi fattori, ciò che mi rese possibile entrare in trance, sia pur nella limitatissima misura in cui mi accadde, fu la fiducia… In chi ebbi fiducia? In tutti; nelle donne, negli altri danzatori, negli apprendisti guaritori, nell’intera comunità, ma soprattutto nel mio maestro». Konner descrive una sensazione rapportabile ad un «sentimento oceanico di unione con il mondo» esperienza estatica, ma sentita anche come pericolosa, perché al limite del proprio controllo. Solo la fiducia nel suo maestro gli dette la possibilità di lasciarsi andare. Questo stato di estasi sembra essere molto simile a fenomeni in parte assimilabili, ma che sono avvenuti in altri contesti: come la passione sonnambulica descritta da P. Janet (vedi P. Janet “La passione sonnambulica” sempre sul sito www.nicolalalli.com).

Ma un’altra capacità «terapeutica» dello sciamano si esplicita attraverso la capacità di poter distaccare dal proprio corpo lo spirito, il quale libero può andare alla ricerca dello spirito malato del paziente. Ma questa capacità deve essere usata con molta attenzione, perché egli è esposto ad un rischio: «… ed infatti la loro credenza è che l’anima in uno stato sufficientemente profondo di trance possa lasciare il corpo, e che tale dissociazione possa diventare permanente» (M. Konner).

Quindi è evidente che l’esercizio della terapia comporta un rischio per il terapeuta stesso. Ed anche qui ritroviamo un’altra analogia: che la psicoterapia, essendo eseguita senza mediazioni, ma solo con la propria personalità, può comportare un rischio per il terapeuta. Viene alla mente, pur in una enorme distanza culturale, temporale e geografica, l’episodio di J. Breuer nei confronti di Anna O. (“Il caso Anna O.” in “Freud al lavoro” sempre sul sito).

Ma lo stato di trance ci induce a numerose ulteriori considerazioni.

«La trance, vale a dire il processo attraverso cui si conferisce una forma alle immagini interne, viene sperimentato dallo sciamano come una comunicazione con gli spiriti: lo spostamento di livello di coscienza è interpretato come un «viaggio nell’aldilà…». Per una propria carenza di obiettività l’uomo primitivo (o l’uomo “posseduto”, nel caso di una di queste manifestazioni iperattive) non è in grado di riconoscere “gli spiriti” come fenomeni emersi dalla propria psiche: essi gli appaiono come creature di un altro mondo che si impossessano di lui» (A. Lommel, 1980). Ma lo sciamano riproducendo, attraverso le maschere, questi spiriti, non solo rende visibile lo sconosciuto, ma comunica soprattutto la possibilità che questi «spiriti» possano essere manovrati e controllati. Ulteriore analogia di estremo interesse. Lo sciamano in trance «attiva le sue immagini interne». Cosa che sembra corrispondere esattamente all’attività del terapeuta che deve trasformare le parole e leemozioni del paziente «in sue immagini interne», per poi poterle riproporre e farle riconoscere al paziente come sue dimensioni, attraverso le parole dell’interpretazione.

Dall’altra parte, questo stato di trance viene utilizzato non solo per attivare dinamiche affettive estremamente intense, ma anche per cogliere ed elaborare il conflitto. Vediamo cosa succede presso la tribù Kung. «Una giovane madre ebbe un grave attacco di malaria mentre partecipava alla veglia funebre del padre, un uomo di mezza età. Il guaritore incaricato di curarla entrò in una profonda trance, durante la quale la sua anima uscì dal corpo, e viaggiando nel mondo degli spiriti incontrò per la via il padre che reggeva sulle braccia l’anima della figlia. Dopo una lunga discussione, il guaritore aveva convinto il padre che il bisogno che la figlia aveva di restare in vita sulla terra prevaleva sul bisogno che egli aveva di lei e sul suo inconsolabile cordoglio. Così aveva restituito alla vita ed alla salute l’anima della donna. Qualche giorno più tardi erano completamente spariti in lei i gravissimi sintomi della febbre e dei brividi» (M. Konner).

È difficile fare ipotesi, ma sembra probabile che l’aver evidenziato, drammatizzato e risolto un probabile conflitto inconscio della figlia nei confronti del padre, possa aver aiutato questa donna ad attivare le sue difese biologiche nei confronti della malaria. In questi rapidi cenni sulla funzione sciamanica emergono le numerose, a volte strabilianti, affinità con l’attività psicoterapeutica: dico strabilianti perché si tratta di metodologie appartenenti a culture profondamente diverse. L’attivazione delle immagini interne come possibilità di capire e rispondere, l’attività terapeutica come continuo processo creativo ed inventivo, la possibilità di far riappropriare al paziente conflittualità rimosse, la terapia come messa in gioco e rischio per il terapeuta. L’unico dato non concordante, come vedremo, è l’uso della trance, come metodica che invece deve essere sostituita, nella relazione terapeutica, da un clima di empatia e di investimento libidico. Quindi è evidente che da sempre la relazione interpersonale è stata utilizzata per fini terapeutici; ma il primo vero tentativo di comprenderne l’importanza, capirne le cause, codificarne l’uso, inizia con il magnetismo. Ed in effetti, pur presentando lo sciamanismo impressionanti analogie con il processo terapeutico, non credo che lo si possa definire terapeutico nel senso sopra descritto. Cioè se per terapia intendiamo non solo una prassi, ma anche e soprattutto una teoria di riferimento, che struttura la prassi facendole acquisire i caratteri della metodicità e controllabilità e non più un agire inconsapevole e ripetitivo.

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